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BELLENGHI, Filippo Maria

di Giuseppe Pignatelli - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 7 (1970)
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BELLENGHI, Filippo Maria (in religione Alberto)

Giuseppe Pignatelli

Nato a Forlimpopoli il 23 sett. 1757, vestì l'abito della congregazione camaldolese nel 1773, nell'antico monastero di S. Croce di Fonte Avellana, dove compì il noviziato e iniziò gli studi teologici che continuò a Roma sotto la guida di Clemente Biagi. Ritornato a Fonte Avellana, fu lettore di filosofia, teologia e diritto canonico, compito che esplicò anche nel monastero di S. Biagio a Fabriano, fino al 1795. In questo periodo, oltre a essere dal 1790 teologo del vescovo di Fabriano, N. Zoppetti, ed esaminatore sinodale e del clero, rivolse di preferenza il suo interesse agli studi di archeologia sacra, pubblicando, fra l'altro una Dissertazione sulla verità e divinità della storia de' Magi, negli Atti d. Accad. romana di archeologia per l'anno 1786, e le Animadversiones in sacrarum reliquiarum cultus vetustatem ac probitatem adversus iconoclastas...(Faenza 1791); ma si occupò anche di morale e diritto canonico con le Osservazioni critiche sui doveri dell'uomo (Forlì 1789), e con le tesi, dedicate al card. L. Antonelli, In civile imperium disquisitiones ex iure canonico (Fabriano 1794).

Con l'ultima di queste operette il B. si inseriva nelle polemiche che si agitavano in quegli anni intorno al concetto di sovranità e ai suoi rapporti con il potere ecclesiastico, attaccando esplicitamente il giansenista P. Tamburini. Il B. sosteneva, che l'autorità dei sovrani deriva immediatamente da Dio e non da un patto sociale, e che esso deve essere sostegno della religione, badando bene a non usurpare i poteri della Chiesa.

Dal 1795 fu per sette anni parroco nei monasteri dei SS. Lorenzo e Ippolito a Faenza, e di S. Severo a Perugia, finché nel 1802 fu eletto abate del monastero di Sassoferrato, da cui l'anno dopo passò con la stessa carica a Fabriano e, nel 1805, ancora a Fonte Avellana.

Restato, per speciale concessione, in questo monastero anche dopo l'incameramento dei beni ecclesiastici seguito alla formazione del Regno d'Italia e all'occupazione francese della Toscana e dello Stato pontificio, si dedicò a studi chimici e geologici, pubblicando un libro sul Processo sulle tinte che si estraggono dai legni ed altre piante indigene (Ancona 1811), che ottenne una medaglia d'argento dall'Istituto di scienze, lettere ed arti del Regno d'Italia.

Subito dopo, venne chiamato dal vescovo di Fabriano a insegnare dommatica nel locale seminario. Nel 1814, dovendo provvedere, in qualità di vicario generale, alla ricostituzione della congregazione camaldolese, propose a Pio VII la riunione delle varie congregazioni benedettine per poter superare le difficoltà economiche di alcune di esse, gravate da grossi debiti; il papa lo incaricò di avviare delle tratta, tive con le altre congregazioni, che però furono contrarie. Trasferitosi a Roma, il B. ottenne notevoli riconoscimenti: nel 1816 divenne consultore della congregazione dell'Indice, nel 1824 presidente del Collegio filosofico dell'università di Roma, l'anno dopo censore e revisore per le stampe delle opere filosofiche, nel 1826 consultore della congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari. Invitato da Leone XII a presentare, insieme con gli altri consultori, un suo parere sul riordinamento della disciplina dei regolari in Sardegna, ed essendo stato il suo piano giudicato il migliore, il B. ne fu anche incaricato dell'esecuzione: perciò nel concistoro del 23 giugno 1828 fu preconizzato arcivescovo di Nicosia e consacrato il 13 luglio; il 6 ottobre parti alla volta di Torino, in qualità di delegato e visitatore apostolico di Sardegna, per presentarsi al re Carlo Felice e proseguire poi per l'isola. Motivi di salute, determinati dall'insofferenza del clima, non gli permisero una lunga permanenza colà: nel 1830 ottenne il richiamo da Pio VIII, che lo nominò vicario e visitatore apostolico della diocesi di Forlì. Dopo la rivoluzione del 1831, trovandosi a disagio nell'infuocata atmosfera politica romagnola, gli fu concesso dal papa Gregorio XVI, già suo confratello ed amico, di deporre ogni carica e di ritirarsi nella pace del chiostro, a S. Gregorio sul Monte Celio, dove morì il 22 marzo 1839.

Bibl.: Un gruppetto di lettere del B. siconservano nel fondo S. Gregorio della Biblioteca Naz. di Roma: diciotto, indirizzate al P. Fortunato Mandelli e che abbracciano gli anni 1790-93, si trovano nella cassetta segnata Fondi minori 423 (S. Gregorio, 55); altre due, indirizzate al p. Placido Zurla (1803-4), sono sotto la segnatura Fondi minori 1167 (S. Gregorio, 110); Giornale eccles. di Roma, VI(1791), p. 155; IX (1794), pp. 121-123; C.Ramelli, Elogio funebre di Monsignor A. B., Fabriano 1839; F. Fabi Montani, Monsignore A. B., in L'Album, VI(1839), pp. 73-77; necrologio del B. in Giornale arcadico di scienze, lettere, ed arti, CCXXXVIII, Roma (1839), pp. 83-90, e in Annali delle scienze religiose [di F. Fabi Montani], IX, Roma (settembre-ottobre 1839), pp. 284-287; E. De Tipaldo, Biogr. d. Italiani illustri..., X, Venezia 1845, pp. 70-76; A. Gibelli, Monografia dell'antico monastero di S. Croce di Fonte Avellana. I suoi priori ed abbati, Faenza 1895, pp. 294-308; P. A. Saccardo, La botan. in Italia, in Mem. d. R. Ist. veneto di scienze ed arti, XXV, 4 (1894), p. 25; XXVI, 6 (1901), p. 117; H. Hurter, Nomenclator literarius..., V, Oeniponte 1912, col. 1011; J. Schmidlin, Papstgeschichte der neusten Zeit, I, München 1933, p. 426; R. Sassi, Un apostolo dell'autarchia: l'abbate camaldolese mons. A. B.(1757-1839), in Studia picena, XV(1940), pp. 145-173; G. Moroni, Diz. di erudiz. stor. ecclesiastica..., v. Indice; Dictionn. de théol. cathol., II, p. 600; Dictionn. d'Hist. et de Géogr. Ecclés., VII, coll. 867 s.

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