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SALVAGNOLI, Vincenzo

di Mario Menghini - Enciclopedia Italiana (1936)
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SALVAGNOLI, Vincenzo

Mario Menghini

Uomo politico e giurista, nato a Carniola, presso Empoli, il 28 marzo 1802, morto a Pisa il 23 marzo 1861. Laureatosi in giurisprudenza all'università di Pisa nel 1822, andò a Firenze a far pratica d'avvocato nello studio di Ottavio Landi. Nel 1826, ottenuto il titolo di avvocato, andò ad Empoli, ma ben presto tornò a Firenze, dove da allora in poi ebbe stabile dimora, ammesso nella migliore società, in cui fu festeggiato per l'arguzia e la causticità del suo ingegno, e nei convegni settimanali del Vieusseux, frequentati da letterati, da artisti e da uomini politici. Nel 1827 fu ascritto all'accademia dei Georgofili. Uno dei suoi biografi afferma che il S. prese parte ai moti dell'Italia centrale del febbraio 1831, che ebbero una ripercussione in Toscana; è certo a ogni modo che, ritenuto dalla polizia granducale un "liberale pericoloso", nel novembre del 1833 fu arrestato e rinchiuso per più d'un mese nella Fortezza Vecchia di Livorno, da dove ebbe modo di corrispondere col Capponi, a cui il 20 novembre inviava una lettera nella quale dissertava dottamente intorno alla mezzadria toscana, che aveva formato argomento di studî all'accademia dei Georgofili. Tornato a Firenze, riprese la sua professione d'avvocato, che esercitò con grande fortuna, attendendovi ininterrottamente fino al 1847; e celebri furono le sue difese per Artidoro Maccolini e per Pietro Renzi (1845), dei quali il governo pontificio reclamava l'estradizione. Partecipò ai congressi scientifici del 1839 a Pisa e del 1841 a Firenze, e fin d'allora si strinse in grande amicizia col Ricasoli e col Lambruschini. Nell'ottobre 1844 il S. intraprese un viaggio in Piemonte e nel Belgio; a Torino frequentò le "veglie di Moncalieri" del Balbo, e a Bruxelles conobbe il Gioberti, di cui più tardi fu il più fervido seguace in Toscana; e a proposito delle Speranze d'Italia dell'uno e del Primato dell'altro scrisse un epigramma famoso, da cui traspare la discordanza di lui col filosofo torinese, riguardante l'idea del papato rigeneratore d'Italia, discordanza che era poi quella stessa nutrita dai liberali moderati toscani (Capponi, Lambruschini, Ridolfi, ecc.), ancor sotto l'influenza delle dottrine di Scipione de Ricci. Quando Leopoldo II promulgò (6 maggio 1847) la legge sulla stampa, il S., che già l'aveva invocata nel Discorso sullo stato politico della Toscana del marzo precedente, insieme col Ricasoli e col Lambruschini fondò il periodico La Patria (2 luglio 1847), del quale assunse la direzione e dettò il programma; e quando (14 febbraio 1848) fu promulgato lo statuto toscano, egli fu eletto per Empoli nei consigli generali, in cui avversò subito il ministero Ridolfi, da lui ritenuto non adatto a continuar nella via delle riforme politiche ancora più audaci, mentre sostenne il ministero Capponi che gli succedette. Sopraggiunto il governo democratico del Guerrazzi, il S. fu oggetto di persecuzioni e ritenne prudente allontanarsi dalla Toscana, ritirandosi a Torino, poi a Nizza. Tornò a Firenze dopo la restaurazione preparata dall'occupazione austriaca. Durante il decennio d'attesa tenne continuamente gli occhi rivolti al Piemonte. Nel 1858 fece un viaggio a Parigi, dove s'intrattenne con Napoleone III su argomenti di politica italiana, e tornato in Toscana, diede alla luce (Firenze 1859) il suo opuscolo Della indipendenza italiana, in cui poneva in chiaro la questione della durata del governo granducale. Dopo il 27 aprile 1859 fece parte del gabinetto Ricasoli come ministro dei culti, e fu il consigliere più fido e ascoltato del "fiero barone", e il più fervido e tenace sostenitore dell'annessione. Non assisté il 15 marzo 1860 alla proclamazione dell'annessione della Toscana al regno di Vittorio Emanuele, poiché, fiaccato di forze e minato da male cardiaco, fu costretto a ritirarsi dai pubblici affari e a cercare un clima più mite; e si spense due giorni dopo la proclamazione del regno d'Italia.

P. Puccioni, V. S., Torino 1861; A. Doria, Un giobertiano in Toscana, V. S., in Arch. stor. ital., 1922; id., Carteggio inedito S.-Ricasoli, in Il Risorgimento ital., 1926; C. Ridolfi, Di V. S., Firenze 1900.

Vedi anche
Raffaello Lambruschini Pedagogista (Genova 1788 - San Cerbone, Figline Valdarno, 1873). Fu una delle figure più alte del clero liberale del Risorgimento. Sacerdote, rinunciò alla carriera ecclesiastica, non condividendo le direttive politiche della Santa Sede. Centrale nel suo pensiero è il problema del rapporto tra autorità ... Ricàsoli, Bettino, barone Ricàsoli ‹-s-›, Bettino, barone. - Uomo politico italiano (Firenze 1809 - Brolio 1880). La sua azione politica negli anni del 1859-61 lo pone tra gli artefici dell'unità nazionale. Esponente del cattolicesimo liberale, cercò di indurre il granduca di Toscana, Leopoldo II, a concedere le riforme. Dopo ... Ubaldino Peruzzi Uomo politico (Firenze 1822 - Antella 1891); gonfaloniere di Firenze (1848-50), fu destituito per una petizione con cui chiedeva il mantenimento dello statuto. Nel 1859 capo del governo provvisorio toscano dopo la cacciata del granduca, ebbe gran parte nell'annessione della Toscana al Regno d'Italia. ... Giuseppe Montanèlli Montanèlli, Giuseppe. - Patriota (Fucecchio 1813 - ivi 1862); collaboratore dell'Antologia di G. P. Vieusseux, nel 1840 divenne prof. di diritto civile nell'univ. di Pisa. Fu tra i primi in Italia ad accogliere il sansimonismo, passò poi al movimento evangelico promosso a Pisa da Carlo Eynard e aderì ...
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